Patti Smith · Places

Patti Smith – Arthur Rimbaud

(…) Cercavo di scrivere qualcosa su Arthur Rimbaud.

Africa.

Non era difficile immaginarlo a passeggio per i bananeti, mentre rimuginava il linguaggio della scienza. Nell’inferno di Harar aveva dovuto occuparsi di piantagioni di caffè, e aveva scalato gli altipiani abissini in groppa a un cavallo. A notte fonda si era sdraiato sotto una luna perfettamente cerchiata, simile a un occhio maestoso che lo osservava dall’alto, vegliando il suo sonno.

Francia.

Tornai al museo e mi sedetti sui gradini. Rimbaud era stato qui, aveva disprezzato tutto ciò che si era trovato davanti: il mulino, il fiume che scorreva sotto il ponte di pietra che ora io veneravo tanto quanto lui lo aveva disprezzato.

Patti Smith – Just Kids

Arte

Arte

Per Warhol non provavo gli stessi sentimenti di Robert. Le sue opere riflettavano una cultura dalla quale io volevo tenermi alla larga. Odiavo la zuppa e provavo poco interesse per i barattoli. Preferivo un artista capace di cambiare il suo tempo, anzichè rifletterlo.

Patti Smith – Just Kids

Just Books · Patti Smith

Just Kids – Libri

Mi lasciai ossessionare dai libri. Desideravo leggerli tutti, e ciò che leggevo suscitava in me altre smanie. Magari sarei partita per l’Africa, e avrei offerto i miei servigi ad Albert Schweitzer oppure, col cappello di procione ben calcato in testa e un corno di polvere da sparo, avrei difeso il mio popolo come Davy Crockett.

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Avevo trovato conforto in Arthur Rimbaud, in cui mi ero imbattuta a sedici anni, su una bancarella di libri di fronte alla stazione degli autobus di Philadelphia; il suo sguardo borioso aveva incorciato il mio dalla copertina di Illuminazioni. Possedeva un’intelligenza insolente capace di infiammarmi, e l’avevo accolto come un compatriota, un parente, un amore segreto perfino. Non avendo i novantanove centesimi per comprare il libro me lo ero messo in tasca.

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Avevo uno scomparto segreto vicino al letto, sotto le assi del pavimento. Lì riponevo i miei tesori, le vincite delle sfide a biglie, le carte da collezione, cimeli religiosi recuperati dai cassonetti dell’immondizia dei cattolici: vecchi santini, scapolari lisi, santi in gesso con mani e spiedi spezzati.

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Avevo vissuto nel mondo dei miei libri, in gran parte scritti nel diciannovesimo secolo, e malgrado fossi preparata a dormire sulle panchine, nella metropolitana o nei cimiteri finchè non avessi trovato un lavoro, non ero affatto pronta per la fame costante che mi divorava. Il romanticismo non placava la necessità di nutrimento. Anche Baudelaire aveva dovuto mangiare. Le sue lettere racchiudevano più di un disperato lamento dovuto alla voglia di carne e birra scura.

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Dell’LDS avevo letto in un libricino intitolato Collages di Anais Nin. Pur essendo l’estate del 1967 non mi rendevo asssolutamente conto dell’avvento della cultura della droga. Avevo una visione romantica  delle droghe e le consideravo sacre, riservate ai poeti, ai musicisti jazz e ai rituali indiani.

 

Patti Smith, Just Kids

 

 

Patti Smith

Just kids – Patti Smith I

Accettai con solerzia l’idea di Dio. Immaginare una presenza sopra di noi, in perenne movimento, simile a stelle liquide, mi rallegrava.

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(Poesia):

Il termine da solo testimoniava a stento la magnificenza dell’animale, nè comunicava l’emozione che aveva saputo scatenare. La vista del cigno generò in me un’urgenza per la quale non conoscevo parole; un desiderio di parlare del cigno, di dire del suo biancore, dell’esplosività dei suoi movimenti e del suo lento battere d’ali.

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Per un po’ le portai rancore. Era la messaggera, oltre che il messaggio.

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Sentivo di essermi trasformata, commossa dalla rivelazione che gli esseri umani creano l’arte, che essere un artista voleva dire vedere ciò che gli altri non potevano vedere.

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I suoi occhi di bambino immagazzinavano ogni guizzo di luce, lo scintillio di un gioiello, il ricco paramento di un altare, la lucidatura di un sassofono dorato o un campo di fiorellini blu a forma di stella. Colorare lo entusiasmava, non l’atto di riempire uno spazio, quanto la scelta di colori che nessun altro avrebbe scelto. Nel verde delle colline lui vedeva rosso. Neve viola, pelle verde, sole d’argento.

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Avevamo il nostro lavoro e ciascuno di noi poteva contare sull’altro. Non avevamo soldi a sufficienza per andare ai concerti o al cinema o per comprare nuovi dischi, ma facevamo suonare e risuonare quelli che già possedevamo. Ascoltavamo la mia Madame Butterfly cantata da Eleanor Steber. A love supreme. Between the buttons. Joan Baez e Blonde on blonde.

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Compresi che ciò che conta è l’opera in sè: il filo di parole ispirato da Dio che diventano poesia, la tramatura di colore e grafite scarabocchiata sul foglio a magnificare il suo gesto. Raggiungere in un’opera il perfetto equilibrio tra fede e compimento. Da questa condizione mentale promana una luce permeata di vita.

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Cominciammo a farci più regali. Cosucce che costruivamo di persona o che recuperavamo nell’angolo polveroso delle vetrine dei robivecchi. Oggetti che nessun altro voleva. Croci fatte di ciocche di capelli intrecciate, ciondoli ossidati e haiku d’amore scritti su cartoncinia adorni di fiocchetti e stringhe di cuoio. Lasciavamo bigliettini, dolcetti. Cose. Quasi che potessero tappare un buco, riparare un muro in rovina. Colmare la ferita che entrambi avevamo allargato per fare posto ad altre esperienze.

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Fare l’attore somigliava a fare il soldato: si doveva sacrificare se stessi per un bene più grande.

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Robert cominciava a inserirsi nell’alta società. In un certo senso, confrontarmi con questa sua trasformazione per me fu più difficile di quanto non lo fosse stato misurarmi col cambiamento dei suoi orientamenti sessuali; in quel caso avevo soltanto dovuto comprendere e accettare la natura duplice della sua sessualità. Per tenere il passo in società, invece, avrei dovuto sacrificare il mio modo di essere.

Alcuni di noi nascono ribelli. Ricordo di quando, passeggiando con mia madre, di fronte alle vetrine dei negozi, le avevo domandato perchè la gente non le prendesse a calci; lei mi aveva spiegato che ci sono regole non scritte, e che proprio grazie a queste regole di comportamento sociale le persone possono convivere. L’idea di essere nata in un mondo in cui tutto era già pianificato da quelli che ci avevano preceduto mi aveva fatto sentire in gabbia. Mi ero sforzata di sopprimere gli impulsi distruttivi e di lavorare invece su quelli creativi, ma ciononostante quella piccola parte di me che detestava le regole non era affatto morta.

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Patti Smith – Just Kids

 

Death · Patti Smith

Robert Mapplethorpe

Perchè non so scrivere qualcosa che possa risvegliare i morti? Non ho mai superato il desiderio di creare una stringa di parole più preziose degli smeraldi di Cortès. Però ho una ciocca dei suoi capelli, un pugnetto delle sue ceneri, una scatola di lettere, un tamburello di pelle. E nelle pieghe di una velina viola sbiadita, una collana, due placche viola incise in arabo, legate con fili neri e d’argento, regalatemi da un ragazzo che amava Michelangelo.

Patti Smith, Just Kids

patti

Death · Patti Smith

Paths that cross will cross again

La morte di Sam allungò un’ombra sulle speranze di guarigione di Robert. Per consolarlo io scrissi il testo e Fred la musica di Paths that Cross, una sorta di canzone sufi in memoria di Sam. Robert fu grato per la canzone, ma capii che un giorno io stessa avrei dovuto ricorrere a quelle parole. Strade che s’incrociano torneranno a incrociarsi. Paths that cross will cross again.

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Perchè non so scrivere qualcosa che possa risvegliare i morti?

Patti Smith, Just kids