Richard Ford – Canada

“Come fa uno a sapere cosa gli sta succedendo veramente?”

“Oh, non ci si riesce mai” rispose.

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Ciascuno dei due era per l’altro semplicemente la persona sbagliata, e non avrebbero mai dovuto sposarsi e mettere su famiglia. Più tempo passarono insieme, e meglio si conobbero, meglio lei, per lo meno, vide il loro errore: come una lunga dimostrazione matematica dove il primo calcolo è sbagliato, di conseguenza anche tutti gli altri calcoli ti allontanano ulteriormente da com’erano le cose quando avevano un senso. 

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Di mio padre dirò questo: quando tornò dal teatro di guerra nel 1945 forse era, come molti soldati americani, nella stretta di una grande, imprecisata gravità. Lottando contro questa gravità, passò il resto della vita cercando di essere positivo e di stare a galla, prendendo decisioni sbagliate che per un attimo sembrarono giustissime, ma in definitiva non comprendendo il mondo in seno al quale era tornato e lasciando che questa incomprensione diventasse la sua vita. Dev’essere stato così per milioni di ragazzi americani, anche se lui non l’avrebbe mai capito e non avrebbe ammesso che era vero.

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E in tutto questo tempo nostro padre esisteva in un altro mondo: la sua natura rilassata e intrigante, il suo ottimismo per l’avvenire, il suo fascino. Sembrava lo stesso mondo perchè lo condivideva con mia madre, e perchè c’eravamo anche noi. Ma non era lo stesso. 

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In una poesia del grande poeta irlandese Yeats c’era un verso che diceva: “Non può esistere alcunchè di unico o d’intero che non sia stato strappato”. In una vita dedicata all’insegnamento ho insegnato molte volte questa poesia e credo che il modo di pensare dell’autore fosse questo: che le cose sono imperfette, e tuttavia accettabili.  

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I miei genitori non erano tipi da rapinare una banca. Ma poichè sono pochissime le persone che rapinano banche, mi sembra ragionevole pensare che i pochi che lo fanno vi siano destinati, qualunque idea abbiano di se stessi o di come sono stati educati. Trovo impossibile non pensarla così, perchè altrimenti il senso della tragedia mi riuscirebbe insopportabile. Anche se è una cosa strana da credere dei propri genitori: che sono sempre state due di quelle perosne tra le quali si annidano i criminali. E’ come un miracolo alla rovescia. Sono sicuro che è ciò che intendeva mia madre quando diceva di essere “debole”. Per lei le due parole –criminale e debole – forse significavano la stessa cosa. 

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Stava diventando la persona che avrebbe sempre dovuto essere. Doveva solo scavare negli altri strati per arrivare all’uomo che era veramente. Ho visto questo fenomeno nei volti di altri uomini: uomini senza casa, uomini abbandonati sul marciapiede davanti a un bar o in un giardino pubblico o un’autostazione, o in coda davanti alle porte delle missioni, in attesa di entrare per sfuggire a un lungo inverno. Nei loro volti – molti di essi erano belli, ma sciupati – ho visto i resti della persona che erano quasi riusciti a diventare ma che non avevano potuto essere, prima di diventare se stessi.

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La loro vita ufficialmente era ancora intatta, non erano ancora dei criminali. E’ straordinario come la normalità si prolunghi fino a questo punto: dove continui a non perderla di vista come se tu fossi su una zattera che scivola verso il largo mentre quel lembo di terra si fa sempre più piccolo.

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La pioggia frustava le tegole e schizzava all’interno. Sentivo i corvi sui rami bagnati degli alberi, che gracchiavano e saltellavano qua e là, cambiando posto prima che ricominciasse a piovere. Pensavo alla fiera che stava chiudendo, alla pioggia che inzuppava la segatura, i tendoni e le mostre, agli operai che smontavano le giostre, caricandole sui camion, e alla mostra delle api e all’esposizione delle armi che venivano chiuse e portate via.

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Berner decise che non avrebbe più visto Rudy e disse che per fortuna le persone come lui uscivano facilmente dalla tua vita: almeno in base alla sua esperienza (che non era granchè).

Poi sorrise: “Non so cosa faremo -disse – Quello che fanno i figli di genitori in galera. Aspettare che succeda qualcosa di brutto”. 

“Speriamo di no” – dissi io.

“Non è che devi andarlo a cercare, il brutto. Ti trova lì dove ti nascondi”.

Berner aveva già capito che tutto ciò che era successo l’ultimo giorno e l’ultima notte era successo anche a noi: non soltanto ai nostri genitori.

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Ho letto questa lettera molte volte. Ogni volta mi sono reso conto che non si aspettava più di rivederci, nè Berner, nè me. Sapeva benissimo che questa era per tutti la fine della famiglia. Non è solo triste, è qualcosa di più.

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Avevo deciso che il modo migliore per non sentirsi abbandonati e non essere afflitti da pensieri morbosi era investigare e interessarsi alle cose.

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Al mondo esistono persone così: persone che hanno qualcosa che non va, che può essere dissimulato ma non negato, e che le domina. I miei genitori erano due comunissime persone, ed essi avevano, dentro, delle cose che non andavano. Chiunque non fosse uno dei loro figli forse le avrebbe viste fin dal primo momento. Dopo di loro, non accadde mai che non vedessi, ovunque guardassi, la possibilità che ci fosse nuovamente qualcosa che non andava.

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Le conversazioni con adulti che non fossero i propri genitori avevano maggiori sviluppi. 

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In quella foto non avevano più, ai miei occhi, un’aria propriamente familiare. Nulla di ciò che era accaduto apparteneva alla normalità. I cambiamenti che avevano subìto, dentro e fuori, sfidavano ogni idea che avevo di familiare. Sembravano due persone che conoscevo, e che rivedevo da lontano, attraverso un abisso incolmabile, molto più grande del confine che da allora ci separava. Potrei dire che la loro intima familiarità come genitori, e la loro comune, generalizzata umanità, si erano fuse, e una qualità aveva neutralizzato l’altra rendendomeli nè completamente familiari nè completamente estranei e indifferenti. 

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Vivere da sola mi piace. Ho parlato dei nostri genitori con qualcuno, ma nessuno crede alla mia storia. Forse smetterò di crederci anch’io, o smetterò di parlarne.

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Qualunque cosa possa testimoniare la tua vita, o chiunque tu creda di essere, o di qualunque cosa tu voglia attribuirti il merito, o da qualunque cosa cosa tu tragga la tua forza vitale e il tuo orgoglio, dopo che è successo di tutto può ancora succedere di tutto.

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Il bisogno di annusare ciò che -lo sapevo- sarebbe stato un odore disgustoso, di aprire gli occhi davanti a cose da cui gli altri avrebbero distolto lo sguardo: il bisogno, in altri termini, di dimenticare i limiti. Queste attrattive, naturalmente, cessano quando invecchi e ne hai abbastanza. Ma fanno parte della crescita, come imparare che una fiamma brucia, o che l’acqua può essere troppo profonda, o che puoi cadere da una cima e non sopravvivere per raccontarlo.

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Mi prenderebbero e mi rimanderebbero all’orfanotrofio – dissi.

“Io l’avrei preferito” disse Charley. “Tu credi sempre di sapere qual è la cosa peggiore. Ma non è sempre proprio la peggiore”.

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Dal momento che, essendo scomparsi per sempre e senza lasciare tracce, il mio ricordo di loro è l’unica vita dopo la morte che essi potrebbero avere.

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Non salutai nessuno tranne lei. Era come se fossi partito già da un po’ di tempo e stessi per raggiungermi.

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Allora ebbi un’improvvisa fitta di nostalgia: essere giovani, scoprire che tutta la vita era stata solo un sogno da cui mi sarei svegliato su un treno per Seattle.

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Mia madre mi disse che avrei avuto migliaia di mattine per svegliarmi e pensare a tutto questo, quando nessuno mi avrebbe detto cosa dovevo sentire. Ormai sono molte migliaia. Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità -di sopravvivere- se sopporti bene le sconfitte; se riesci a non diventare cinico nel corso di questo processo; se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose disuguali in un intero che protegga quanto c’è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo.

Richard Ford, Canada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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