Just Kids – Libri

Mi lasciai ossessionare dai libri. Desideravo leggerli tutti, e ciò che leggevo suscitava in me altre smanie. Magari sarei partita per l’Africa, e avrei offerto i miei servigi ad Albert Schweitzer oppure, col cappello di procione ben calcato in testa e un corno di polvere da sparo, avrei difeso il mio popolo come Davy Crockett.

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Avevo trovato conforto in Arthur Rimbaud, in cui mi ero imbattuta a sedici anni, su una bancarella di libri di fronte alla stazione degli autobus di Philadelphia; il suo sguardo borioso aveva incorciato il mio dalla copertina di Illuminazioni. Possedeva un’intelligenza insolente capace di infiammarmi, e l’avevo accolto come un compatriota, un parente, un amore segreto perfino. Non avendo i novantanove centesimi per comprare il libro me lo ero messo in tasca.

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Avevo uno scomparto segreto vicino al letto, sotto le assi del pavimento. Lì riponevo i miei tesori, le vincite delle sfide a biglie, le carte da collezione, cimeli religiosi recuperati dai cassonetti dell’immondizia dei cattolici: vecchi santini, scapolari lisi, santi in gesso con mani e spiedi spezzati.

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Avevo vissuto nel mondo dei miei libri, in gran parte scritti nel diciannovesimo secolo, e malgrado fossi preparata a dormire sulle panchine, nella metropolitana o nei cimiteri finchè non avessi trovato un lavoro, non ero affatto pronta per la fame costante che mi divorava. Il romanticismo non placava la necessità di nutrimento. Anche Baudelaire aveva dovuto mangiare. Le sue lettere racchiudevano più di un disperato lamento dovuto alla voglia di carne e birra scura.

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Dell’LDS avevo letto in un libricino intitolato Collages di Anais Nin. Pur essendo l’estate del 1967 non mi rendevo asssolutamente conto dell’avvento della cultura della droga. Avevo una visione romantica  delle droghe e le consideravo sacre, riservate ai poeti, ai musicisti jazz e ai rituali indiani.

 

Patti Smith, Just Kids

 

 

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